Il nucleare per raggiungere gli obiettivi ambientali: il ritrovato buon senso dei laburisti

Daniele Venanzi
10/02/2025
Frontiere

Stretta nella morsa della stagflazione, di obiettivi ambientali implausibili e di una sicurezza energetica che vacilla, Londra torna a premere l’acceleratore sul nucleare, in un impeto di ritrovato buon senso e in controtendenza rispetto alle posizioni recentemente assunte da molte potenze europee, quali Germania, Belgio e Spagna.

Il 6 febbraio, infatti, il Governo laburista del Primo Ministro Keir Starmer ha annunciato un ambizioso piano per rilanciare l’energia nucleare nel Regno Unito: una mossa ritenuta necessaria per contrastare la volatilità dei mercati fossili e “proteggere i consumatori”, considerato l’aumento del costo della bolletta energetica, oltre che per ridurre la dipendenza dalla supply chain di Paesi esteri – su tutti la Russia, alla luce dell’instabilità del contesto geopolitico.

Allo stato attuale, il Paese dispone di nove centrali nucleari, che garantiscono circa il 15% dell’approvvigionamento energetico nazionale, ma molti di questi impianti sono destinati alla dismissione entro la fine del decennio. Al fine di colmare il gap, il piano laburista propone l’installazione di 24 GW di nuova capacità nucleare, puntando a coprire il 25% del fabbisogno elettrico entro il 2050, di cui larga parte sarebbe ottenuta dallo sviluppo dei cosiddetti minireattori, ossia reattori modulari di piccole dimensioni (SMR), destinati anche alle industrie ad alto consumo energetico, come quelle manifatturiere e tecnologiche.

Nucleare: l’unica via per raggiungere gli obiettivi ambientali

In un più ampio contesto di ripensamento e cambio di paradigma sulle politiche energetiche e ambientali che investe larga parte del continente, a cominciare dalle proposte di riforma del Green Deal dell’UE, il pragmatismo del Premier britannico riafferma il ruolo del nucleare quale unica fonte di energia sostenibile tanto sul piano economico che ambientale e in grado di garantire sicurezza e indipendenza energetiche. Solo lo scorso novembre, infatti, in un report commissionato dal Governo, il NESO – National Energy System Operator, neonato operatore nazionale del sistema energetico del Regno Unito – ammoniva dei ritardi accumulati sugli ambizioni obiettivi climatici fissati entro il 2030. Parimenti, secondo il rapporto pubblicato nell’estate scorsa dal Comitato britannico sui Cambiamenti Climatici, gli attuali piani concretamente in atto permetterebbero di conseguire solamente un terzo delle riduzioni di emissioni necessarie per raggiungere l’obiettivo prefissato del 68% rispetto ai livelli del 1990. In entrambi i casi, la soluzione paventata è la stessa che ha causato i ritardi: ulteriori, massicci e inefficaci investimenti in parchi fotovoltaici ed eolici – soprattutto offshore, con il NESO che raccomanda all’Esecutivo di contrattare una maggiore capacità di energia eolica in mare nelle prossime due aste annuali per le rinnovabili rispetto a quanto fatto nelle precedenti sei, al fine di erogare tra i 28 e i 35 gigawatt aggiuntivi di potenza entro il 2030.



Di diverso avviso, Starmer ha apertamente puntato il dito contro chi, impedendo da decenni la costruzione di nuove centrali, “ci ostacola e soffoca da troppo tempo la possibilità di avere energia più economica, crescita e posti di lavoro”, rivendicando l’intenzione di “cambiare le regole per sostenere i costruttori di questa nazione”: nello specifico, le associazioni ambientaliste, i movimenti “not in my backyard” e, in un grottesco paradosso ideologico, i precedenti governi conservatori che, per ragioni elettorali, hanno ceduto al ricatto dell’attivismo green e relegato il paese a una condizione di stallo. Il nuovo pacchetto di misure, infatti, introduce significative semplificazioni amministrative volte a snellire i processi burocratici. L’intervento si pone due obiettivi principali: consentire alle imprese una più efficace programmazione a lungo termine e ampliare le aree disponibili per l’installazione di nuovi impianti, superando così le attuali limitazioni che circoscrivono le costruzioni a soli otto siti sul territorio nazionale, nella speranza di rimuovere quanto prima i veti locali che bloccano la realizzazione della nuova centrale nel Suffolk.

Sburocratizzare, costruire, riconvertire

Da ultimo, a coronare la visione di Starmer vi è il pioneristico progetto da 410 milioni di sterline per riconvertire entro il 2040 di una vecchia e inquinante centrale a carbone del Nottinghamshire in una a fusione nucleare, ossia una delle più promettenti frontiere nel campo dell’energia pulita, con una capacità virtualmente illimitata, un impatto ambientale minimo e, aspetto fondamentale, assenza di scorie radioattive a lungo termine. Un’opera di complessa realizzazione, soprattuto nei tempi stimati, ma per la quale, a maggior ragione, vale la pena di sostenere uno sforzo finanziario tutt’altro che proibitivo, in particolar modo se rapportato alla spesa per la realizzazione di parchi eolici offshore persino di piccole dimensioni, come il Rampion, nel West Sussex, costato circa 1.3 miliardi di sterline per un impianto di sole 116 turbine e che genera appena 400 Mwh di potenza.

Audacia e lungimiranza che oltremanica latitavano e che spesso, nella sinistra europea, non trovano casa. Tra tanto nonsense e marasma post-Brexit, da Londra giunge un caso di studio a cui Bruxelles dovrebbe guardare.


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