“Pace giusta, non resa”: a Roma e nelle piazze italiane l’orgoglio ucraino
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“L’Ucraina vuole la pace?”
“Sì!” risponde la piazza.
“L’Ucraina vuole la pace a qualunque costo?”
“No!” grida la piazza.
“L’Ucraina vuole una pace giusta?”
“Sì!”
“L’Ucraina vuole la resa?”
“No!”
E di Ucraina ce n’è tanta, intorno all’obelisco di piazzale dell’Esquilino, dietro l’abside maestosa di Santa Maria Maggiore, domenica 23 febbraio 2025. Tanta gente si è riunita anche a Milano, Napoli, Torino, Palermo, Bologna e in città grandi e piccole, ma quella romana è stata la più affollata tra le manifestazioni convocate nel terzo anniversario della grande invasione del 2022, che a sua volta era iniziata nell’ottavo anniversario dell’invasione della Crimea nel 2014. La capitale ha una vivace comunità proveniente dal paese dei cosacchi: si parla di circa 30.000 persone, perlopiù donne, almeno un migliaio delle quali erano ieri a manifestare. Con loro anche gruppi di militanti delle poche forze politiche rimaste fedeli alla resistenza ucraina senza alcun tentennamento, ovvero quelle dell’area liberale e radicale.
Horodetskyi: “Assassini russi fuori dall’Ucraina”
La linea degli ucraini e dei loro sostenitori su quale “pace” sia accettabile è elementare da capire anche per un bambino. “Assassini russi fuori dall’Ucraina: questo è il messaggio di pace” ribadisce, non senza un accenno di sorriso, Oles Horodetskyi dell’Associazione Cristiana degli Ucraini in Italia.
A chiarire, però, che cosa significherebbe nel concreto abbandonare milioni di ucraini nelle mani del loro nemico storico, come vorrebbe Trump, è l’associazione delle madri, mogli e figlie dei dispersi. Se ne stimano più di 63.000 tra militari e civili.
Se non sono stati trucidati a sangue freddo, stanno subendo una prigionia senza contatti con l’esterno, in luoghi dove non possono entrare né la Croce Rossa né la stampa, contro ogni convenzione internazionale.
I pochi che sono tornati, negli appena 61 scambi di prigionieri avvenuti in tre anni, avevano addosso i segni visibili della tortura.
Anna Mosychuk racconta altri crimini commessi dagli invasori nei territori occupati, tra cui la storia recente di due fidanzati che sono stati messi di fronte alla scelta tra far correre lui su un campo minato o far violentare lei dai miliziani ceceni. “L’occupazione russa non è pace: è uncampo di sterminio” ha concluso la Mosychuk.
La reazione del pubblico dice più delle mille parole degli oratori. Ogni volta che sul palco viene intonato un canto popolare sulla guerra o una preghiera per i caduti, decine di ragazze scoppiano in singhiozzi o si appartano a piangere in silenzio. Nella carneficina di Putin quasi tutte hanno perso qualcuno.
E questo basta a spiegare come mai, se anche si convincessero ad accettare con le spalle al muro la cessione di alcuni territori, non accetteranno mai un accordo di “pace” che lasci il loro paese indifeso in futuro.
Il presidente Zelensky è stato cristallino: senza garanzie di sicurezza serie (ingresso nella NATO o, si mormora, possesso di armi atomiche) non si firma niente. Quel che è successo non deve poter succedere mai più.
Venendo al ruolo che i paesi europei dovrebbero avere in questo genere di negoziati, perciò, non c’è da stupirsi se Hrodetskyi invita la piazza a scandire parole altrettanto cristalline: “L’Ucraina non si svende, l’Ucraina si difende”.
E le stesse tre parole d’ordine con le quali sono state convocate le manifestazioni in tutta Italia, ossia “Fermezza, Giustizia, Sicurezza”, fanno eco a questa richiesta.
Partiti e associazioni in piazza
Una richiesta che, una dopo l’altra, le formazioni politiche e le associazioni presenti in piazza cercano di fare propria.
Carlo Calenda, segretario di Azione interviene in videocollegamento da Odessa. Peppe Provenzano, responsabile Esteri del PD, denuncia l’avvicinamento fra Trump e Putin e riafferma l’impegno per un’Ucraina libera e per una pace senza concessioni umilianti. Si attira così qualche frecciata dall’influencer Ivan Grieco: “Sulla carta il PD sostiene l’Ucraina, ma al parlamento europeo molti dei suoi esponenti hanno votato contro l’invio di missili a lunga gittata per colpire i siti militari russi”.
Lo rimarca anche Luigi Marattin di Orizzonti Liberali: “Possiamo discordare sulla politica fiscale o sulla scuola”, dice, “ma quando devi difendere un popolo aggredito da chi gli nega la libertà e la democrazia non devono esserci ambiguità”.
A nome di Italia Viva, Maria Elena Boschi esprime la sua solidarietà al presidente della Repubblica Mattarella per le intimidazioni russe che ha subìto, e si dice fiduciosa che il rapporto di alleanza tra europei e statunitensi reggerà. Se quest’ultima affermazione solleva qualche perplessità, la figura di Mattarella suscita invece solo entusiasmo: “Grazie! Grazie! Grazie!” è uno dei cori che la piazza intona, proprio in omaggio a lui.
Anche Riccardo Magi di +Europa si richiama alle parole del capo dello stato, per poi ammonire: “Il riarmo che sta mettendo in atto Putin non riguarda solo l’Ucraina, ma una serie di altre mire imperialiste”.
A dare uno spaccato sui reali bisogni dei soldati in prima linea è Andrea Alesiani di Liberi Oltre le Illusioni, l’associazione italiana più attiva nel fare informazione sul conflitto coinvolgendo fonti locali e ad esperti internazionali. Alesiani si reca periodicamente sul terreno in Ucraina, in particolare a Kharkiv, dove lavora in un panificio che serve un ospedale per i feriti o in gruppi di volontari per la ricostruzione degli edifici crollati. E ricorda un fatto di cui i media mainstream sono ignari: in molte unità, i soldati ucraini devono procurarsi da soli l’equipaggiamento non letale che fa la differenza nelle loro missioni, come il visore notturno, l’armatura protettiva, i kit medici e i droni da ricognizione. Ogni sigla presente in piazza è stata quindi invitata da Alesiani ad “adottare un’unità”, raccogliendo fondi per questi acquisti vitali.
Ma non è solo l’equipaggiamento che tiene in vita i difensori dell’Ucraina. Una signora tra la folla ci avvicina e ci mostra le foto di sua figlia, che è a Pokrovsk, nel punto più sanguinoso del fronte, a fare la dentista itinerante.
Pinelli: “Beni russi da sequestrare come quelli mafiosi”
Ultimo a intervenire dal palco è il nostro Emanuele Pinelli, collaboratore de L’Europeista e promotore dell’associazione Europafutura, che esorta Giorgia Meloni a scegliere l’intervento diretto accanto alla Gran Bretagna per sabotare qualunque accordo tra Putin e Trump, ricordando come a suo tempo la spedizione dei Mille fece saltare gli accordi per spartire l’Italia tra i grandi imperi.
“Può essere la prima a dire che i beni russi congelati devono essere riutilizzati per l’Ucraina”, aggiunge Pinelli. “Quello che abbiamo fatto con i beni di tutti i mafiosi che abbiamo sequestrato a partire dagli anni ’80, lo faremo anche con i beni dei mafiosi del Cremlino”.
Le canzoni del corteo, dall’inno ucraino a “Jey, plyve kacha”
È il momento del corteo, che riempie via Cavour marciando verso un colle Palatino infiammato dal tramonto. In centinaia cantano l’inno ucraino, ma anche Bella Ciao e Tango di Tananai. Immancabile è Chervona Kalyna, una melodia popolare dell’800 che esortava a liberarsi dalla Russia zarista. E spunta anche una versione in ucraino di Katyusha, la canzone dei soldati sovietici (molti dei quali ucraini) che fermarono Hitler nella guerra mondiale.
Il corteo si ferma soltanto quando risuonano le note di Hey, plyve kacha, alle quali tutti si inginocchiano. È una canzone malinconica, su un anatroccolo che dice addio alla madre prima di migrare verso un paese lontano nel quale morirà. Nel 2014 venne cantata ai funerali di un ragazzo bielorusso che era stato assassinato durante le proteste di Maidan, e da allora viene dedicata a tutti i giovani che muoiono per la libertà dell’Ucraina.
Qualunque ucraino preferirebbe non doversi inginocchiare per cantare Hey plyve kacha, non dover aspettare notizie da una figlia che fa la dentista al fronte, non dover pregare per un familiare disperso e non dover raccogliere fondi per comprare pezzi di equipaggiamento militare. Su questo non sono dissimili da noi italiani.
Ma nel momento in cui la tempesta è arrivata (o meglio, è tornata) su di loro, si sono quasi tutti adattati a questa vita di fatiche, di paure, di rituali e di simboli. Perché la sottomissione a Putin sarebbe stata peggio, a maggior ragione nel momento in cui alla sottomissione si sarebbe accompagnato lo sterminio.
Fermare il dittatore russo nelle pianure ucraine significa non esporre altri popoli alla stessa sorte nei prossimi anni. Compresi noi, che siamo pericolosamente vicini al suo vassallo serbo Vucic e alle basi russe in Libia.