Completiamo il mercato interno: la risposta da dare ai dazi trumpiani

Piercamillo Falasca
04/04/2025
Orizzonti

In un’epoca segnata dal ritorno delle barriere, dei dazi e del protezionismo, la risposta più forte e pragmatica che l’Unione Europea può offrire al mondo è portare finalmente a compimento il proprio progetto incompiuto: il mercato unico. Il recente Rapporto Draghi sulla competitività europea ha rimarcato con lucidità una verità spesso dimenticata: l’Europa non ha ancora pienamente realizzato il proprio mercato interno. Le barriere residue tra gli Stati membri sono un freno alla crescita, all’innovazione e alla resilienza economica. E, nel contesto internazionale sempre più ostile, rappresentano una ulteriore vulnerabilità.

Il ritorno del protezionismo negli Stati Uniti ha l’effetto di uno choc sistemico per il commercio globale: le regole multilaterali vacillano, e l’Europa deve scegliere se limitarsi a difendersi o se cogliere l’occasione per rafforzarsi. La vera sovranità europea passa dalla rimozione degli ostacoli che ancora intralciano il funzionamento del suo stesso mercato interno.

Le barriere che ancora ci dividono

Il mercato unico europeo ha senza dubbio rappresentato uno dei più grandi successi del progetto di integrazione, ma resta un’opera incompleta. Le differenze normative e negli standard tecnici continuano a complicare la vita di imprese e consumatori.

Un produttore di dispositivi medici, per esempio, deve adattarsi a requisiti diversi tra Italia e Germania. Stessa sorte per un produttore polacco di pannelli isolanti, che in Francia deve dimostrare una diversa resistenza al fuoco. Queste discrepanze si ripetono in tutti i settori: più burocrazia, più costi, meno competitività.

Anche nel settore alimentare le differenze si moltiplicano: un produttore di biscotti biologici francese deve rietichettare i suoi prodotti per venderli in Spagna, adattandosi a regole locali su lingue, allergeni o valori nutrizionali, nonostante un regolamento europeo comune. La frammentazione si estende anche al tanto discusso settore automotive: un produttore di componenti per auto incontra requisiti di omologazione diversi da paese a paese, che rallentano la commercializzazione e aumentano il prezzo del prodotto finito.

Nel settore cosmetico, un produttore portoghese deve affrontare richieste aggiuntive in Svezia, come test dermatologici locali, anche dopo aver registrato i suoi prodotti nel portale europeo. E per il settore delle bevande alcoliche, un birrificio belga deve fare i conti con accise diverse in ogni Stato.

Questi esempi, apparentemente tecnici, sono in realtà la cartina di tornasole di un mercato che non è ancora davvero “unico”. Ogni barriera è un freno alla concorrenza, all’innovazione, alla libertà di scelta dei consumatori.

Fisco, servizi e digitalizzazione: i nodi da sciogliere

Il caos fiscale rappresenta una delle barriere più insidiose. L’assenza di un sistema IVA davvero unificato obbliga le imprese a districarsi tra normative nazionali diverse, rallentando gli scambi e scoraggiando le PMI. Un sistema digitale europeo unico per la fiscalità transfrontaliera ridurrebbe i costi amministrativi e favorirebbe l’espansione delle imprese.

Nel settore dei servizi, che rappresenta oltre il 70% del PIL europeo, la frammentazione è ancora più grave. Un architetto, un avvocato o un contabile spesso incontrano ostacoli nel far riconoscere le proprie qualifiche in altri Stati membri. Liberalizzare davvero questo settore significherebbe creare opportunità per milioni di professionisti e abbattere i costi per i cittadini.

A completare il quadro, ci sono le barriere linguistiche e amministrative, che pesano in modo particolare sulle piccole imprese. Digitalizzare e standardizzare i processi, con moduli multilingue e interoperabilità tra i sistemi, sarebbe una rivoluzione silenziosa ma decisiva. E non possiamo dimenticare le infrastrutture, digitali e fisiche: la disparità nella connettività 5G e nei collegamenti logistici penalizza le regioni più periferiche e limita la fluidità del commercio interno.

Appalti pubblici e protezionismo nazionale

In nome della “preferenza nazionale”, alcuni Stati membri continuano a favorire fornitori locali negli appalti pubblici, in modo più o meno esplicito. Questo mina i principi del mercato unico, limita la concorrenza e impedisce alle imprese più innovative di emergere. Servono regole comuni più vincolanti, maggiore trasparenza e meccanismi di controllo più efficaci.



Una vera strategia europea per un’Europa più forte

Completare il mercato interno è una scelta politica. Una scelta che richiede visione e volontà: significa anteporre l’interesse generale dell’Europa a quello di singoli gruppi e corporazioni. Il generale sul particulare. Invece di inseguire la retorica del protezionismo, l’Europa può scegliere la strada della competitività attraverso l’integrazione: meno burocrazia, più libertà economica, più opportunità per cittadini e imprese.

Il completamento del mercato unico europeo è oggi la prima e più concreta risposta strategica alla sfida globale lanciata dal protezionismo trumpiano. È la chiave per rafforzare la nostra sovranità economica e politica e per rendere l’Europa protagonista e non spettatrice del nuovo ordine globale.

È tempo che l’Unione Europea dimostri, con i fatti, che essere europei significa davvero poter innovare, produrre, vendere, lavorare e acquistare ovunque con le stesse regole e con pari diritti. Solo così saremo davvero un’Unione.