Dugin, Rauti, Hezbollah e i presepi: appunti su una destra che non cambia

Davide Cucciati
25/03/2025
Orizzonti

Aleksandr Dugin, il filosofo russo considerato da molti l’ideologo della visione geopolitica di Putin, considera la civiltà europea ormai collassata; le sue parole, pubblicate sull’ultimo numero di Millennium, mensile diretto da Peter Gomez, sono lapidarie. Dugin, con il suo stile profetico e spigoloso, ripropone i capisaldi del suo pensiero: la crisi del liberalismo occidentale, la fine dell’unipolarismo a guida americana e l’emergere di un ordine multipolare fondato su identità civili, religiose e geopolitiche alternative. In questo contesto, egli presenta l’attuale ordine liberaldemocratico come un costrutto decadente, nichilista, senza anima, fondato sul culto dell’individuo e sull’egemonia americana. Un ordine da abbattere.

Al centro della sua analisi, la figura di Donald Trump è esaltata come forza sovversiva che ha spezzato l’incantesimo della globalizzazione. Il Presidente statunitense è descritto come l’ariete illiberale che ha messo in discussione le fondamenta del “mondo post-Guerra Fredda”. Tuttavia, Dugin, con pragmatismo, non si limita a una narrazione benevola nei confronti dei movimenti “sovranisti” occidentali: molti populisti, secondo il filosofo, una volta al potere “si adattano” e perdono la loro forza rivoluzionaria. È qui che Dugin menziona Giorgia Meloni: la Presidente del Consiglio sarebbe l’ennesima dimostrazione di come la rivoluzione “antimoderna” venga spesso disinnescata dal raggiungimento del potere. Per utilizzare una terminologia cara alla destra italiana, “un Anello per domarli, un Anello per trovarli, un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli”.

Eppure, Dugin guarda con attenzione all’Italia. Il nostro Stato ha un peso significativo nella tenuta dell’Unione Europea. Per Mosca, l’Italia può essere uno snodo, un punto d’ingresso nelle faglie dell’Occidente. Anche per questo, la sua diffidenza verso Meloni è accompagnata da un interesse costante.

La fascinazione della destra per Pino Rauti, campione dell’antimodernità

Se un marziano scendesse oggi sulla Terra e dovesse osservare il Governo Meloni, potrebbe pensare che tra l’Italia e Dugin non vi sia alcun legame: infatti, le attuali scelte internazionali italiane sono allineate all’Unione Europea e non vi è alcuna rottura eclatante con i Governi del passato. Eppure, è sufficiente riportare indietro le lancette di qualche anno per ritrovare dichiarazioni assai poco allineate con l’atlantismo ora sbandierato dalla Presidente del Consiglio: basti menzionare quelle di Giorgia Meloni (“se in Siria è ancora possibile fare i presepi, se ancora è possibile difendere la comunità cristiana, è anche grazie alle milizie di Hezbollah”), quelle di Paola Frassinetti sull’Iran (“Il terrorismo islamico è notoriamente finanziato da Arabia Saudita e suoi stati satelliti, l’Iran al contrario lo combatte”) e perfino l’omaggio di Gioventù Nazionale al Generale iraniano Qassem Soleimani, Comandante delle forze Quds dei Pasdaran. Certi orientamenti non sono nati con Dugin. Vengono da molto più lontano. È sufficiente pensare a Pino Rauti, celebrato da non pochi esponenti dell’attuale maggioranza di centrodestra. Figura chiave della destra italiana del dopoguerra, fondatore di Ordine Nuovo e poi Segretario, per pochi anni, del MSI, Rauti non aderì ad Alleanza Nazionale e rifiutò Fiuggi, ma le sue idee – spiritualismo, terza via, sfondamento a sinistra, antiamericanismo – continuano a vivere anche in chi formalmente accettò quelle svolte. Influenzato da Julius Evola, Rauti immaginava una destra mistica, rivoluzionaria, comunitaria. Vedeva la modernità come disgregazione e cercava modelli alternativi nel Terzo Mondo, nei populismi arabi e nei movimenti identitari; non a caso, possiamo trovare temi analoghi anche nelle parole di Mohammed Ben Abbes, il Presidente arabo-francese nel romanzo “Sottomissione” di Houellebecq. Vi è un filo rosso che lega le forze ostili al nostro mondo, un filo rosso che va conosciuto e che non può essere banalizzato nel bipolarismo italiano che ormai suona sempre più come una recita fuori tempo massimo.

Gianfranco Fini e il sogno di una destra europeista, moderna, liberale

È sorprendente quanto di quel linguaggio sopravviva nella base militante e giovanile di Fratelli d’Italia. È questo il punto cruciale: la colpa maggiore della nuova generazione di Fratelli d’Italia, e in particolare di Gioventù Nazionale, è non aver mai fatto realmente proprio il percorso di Fiuggi. Un percorso che, almeno nella visione di Gianfranco Fini, era chiaro: europeismo, vicinanza a Israele e modernizzazione. Fini, a mio parere, fu sincero e rischiò in prima persona. Nella sua vita politica egli può essere piaciuto o meno ma è palese che fu sempre volenteroso di non limitarsi ad amministrare l’esistente; al contrario, Gianfranco Fini ebbe spesso il desiderio e la capacità di effettuare svolte controcorrente e rischiose, pagandone il prezzo. Purtroppo, oggi abbiamo una base militante che ha accettato formalmente quelle svolte solo per necessità e che continua a nutrirsi di simboli, linguaggi e contenuti degni del più ripetitivo reducismo. Potremmo citare, ex multis, l’ormai celeberrima inchiesta di Fanpage in merito a Gioventù Nazionale o Maurizio Marrone che ha accusato l’Unione Europa di aver effettuato un “golpe” in Donbass.

Senza tutta questa retorica post-MSI, senza sottomondi ideologici e cosplay nostalgici, Fratelli d’Italia avrebbe ancora un gruppo giovanile vivo? La risposta non è scontata. Gioventù Nazionale sembra oggi più legata all’autocelebrazione che al progetto, ripetendo slogan vecchi di trent’anni e non elaborando una proposta politica reale. È un eterno ritorno verso il nulla.

Non possiamo accettare che Dugin detti i confini del pensiero conservatore. La sua trappola consiste proprio nel volerci convincere che esista un solo modello alternativo alla decadenza: quello della Russia spirituale e guerriera. Non è così. Esiste una tradizione europea che ha saputo coniugare valori, conservatorismo e diritti umani. Una visione in cui l’identità non è incompatibile con la dignità del singolo. Peraltro, non è dato sapere come si esplichi concretamente lo spiritualismo di Dugin che sembra ignorare l’immagine divina presente in ogni essere umano. La guerra in Ucraina ha replicato la logica sovietica: Putin ha trucidato innumerevoli esseri umani per creare una sorta di “nuovo mondo” senza sentir alcun limite alla propria azione, rinnegando, di fatto, l’idea di Dio sopra di noi.

È sorprendente constatare come la destra, da sempre attratta dal mito dell’Europa, sembri assente proprio nel momento in cui il cantiere europeo è più aperto che mai. O meglio: si è fatta da parte. Invece di raccogliere la sfida, i giovani di destra ripetono le solite frasi “politicamente corrette nel loro voler essere politicamente scorrette” e si chiudono in un ritualismo sterile simile a una tragicomica terapia di gruppo. Certamente, sono conscio che i ragazzi di Gioventù Nazionale mi risponderebbero che loro “vogliono un’altra Europa”. Tuttavia, c’è un dettaglio non trascurabile: la realtà è “ora e adesso” e il binomio “pensiero e azione” non accetta scuse. Oggi è il tempo delle scelte: c’è chi vuole costruire un’Europa forte, solidale e autonoma, e chi invece preferisce proteggere il proprio orticello elettorale magari parandosi dietro a tecnicismi benaltristi, in attesa che qualcun altro si assuma la responsabilità del futuro. La scelta, per tanti giovani, è tra essere “polli in batteria” di un partito o tentare davvero di lanciare una sfida alle stelle.