Europei, siete pronti a mandare soldati in Ucraina?

Vincenzo D’Arienzo
15/02/2025
Frontiere

Intervenendo alla Conferenza di Monaco, ancora scossa per le dichiarazioni sbruffoneggianti del vicepresidente USA JD Vance, l’Alto rappresentante dell’Unione Europea, Kaja Kallas, ha lanciato un monito inequivocabile ai governi europei: è giunta l’ora di scoprire le carte e stabilire se l’Europa è davvero pronta ad assumersi responsabilità dirette nella sicurezza dell’Ucraina. La richiesta di Kallas si inserisce in un contesto geopolitico ribaltato dai due veri e propri “fulmini a ciel sereno” che hanno scosso i rapporti transatlantici mercoledì scorso. Da un lato, Donald Trump ha avuto un colloquio telefonico con Vladimir Putin, ponendo le basi per negoziati immediati che potrebbero riscrivere l’assetto di sicurezza in Europa e ipotizzare un veloce ritiro americano dal fronte ucraino. Dall’altro, il Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth si è recato a Bruxelles per avvertire i partner europei che d’ora in avanti dovranno “farsi carico” della difesa convenzionale del continente, confermando in modo ancora più incisivo l’approccio “America First” del presidente Trump.

L’impatto su Kiev e il ruolo dell’Europa
Se da un lato gli Stati Uniti hanno ribadito di non voler rinnegare la struttura della NATO, il messaggio di Washington è stato inequivocabile: “L’America non sarà più la stampella su cui l’Europa si regge per la propria sicurezza”. L’accordo telefonico fra Trump e Putin, che ipotizza un possibile compromesso sulla fine della guerra in Ucraina, ha escluso in un primo momento la partecipazione diretta di Kiev, acuendo i timori di una soluzione che avvantaggerebbe Mosca e lascerebbe all’Europa il compito di mettere in piedi – e di finanziare – eventuali forze di pace.

In questo quadro, Kaja Kallas ha richiamato l’attenzione sulla necessità per l’UE di fare chiarezza: sostenere l’Ucraina ha sin qui significato inviare armi e denaro, mantenendo un approccio indiretto e limitato ai margini della guerra. Ora, però, il richiamo di Trump e Hegseth a un coinvolgimento più marcato degli alleati europei fa emergere una domanda cruciale: siamo pronti a inviare truppe sul terreno, o almeno a progettare una forza di peacekeeping che non dipenda in modo determinante dagli Stati Uniti?

Un’Europa divisa tra coraggio e prudenza

I governi del Vecchio Continente sono in realtà tutt’altro che compatti. Mentre Germania e Francia sembrano più aperte a valutare un coinvolgimento militare – sia pure sotto forma di forze di pace europee – Spagna, Italia, Grecia e molti altri Stati manifestano forti riserve, complice anche l’opinione pubblica interna, spesso ostile a un’escalation che potrebbe rischiare di oltrepassare la “linea rossa” di Mosca.

Le recenti frizioni sono rese ancora più aspre dalle parole di Mark Rutte, Segretario generale della NATO, che ha ricordato al Parlamento europeo come i bilanci per la difesa vadano aumentati in modo significativo, pena una totale dipendenza dagli Stati Uniti. “Se non lo fate, preparatevi a imparare il russo o a emigrare altrove”, ha ammonito con un tono a dir poco provocatorio. Il Segretario alla Difesa Hegseth, dal canto suo, è stato ancora più netto, chiedendo agli alleati di portare la spesa militare al 5% del PIL e annunciando che gli USA si concentreranno sulla competizione con la Cina e sulla protezione dei propri confini, lasciando all’Europa l’onere principale della difesa nel suo stesso teatro geografico.

La sfida di Kallas: una nuova era per la politica estera UE?

In un’Europa dove il consenso popolare su un possibile dispiegamento di truppe è tutt’altro che scontato, l’appello di Kallas costringe i leader UE a uscire dall’ambiguità. La domanda non è più solo se continuare a finanziare il governo di Kiev, ma se farsi garanti di eventuali accordi di pace che, nelle intenzioni di Trump, potrebbero non prevedere una piena restituzione dei territori ucraini occupati dalla Russia dopo il 2014.

Il nodo centrale è che per la prima volta dal secondo dopoguerra, gli Stati Uniti stanno mettendo in discussione il loro ruolo di “protettore” dell’Europa. Le amministrazioni precedenti, pur chiedendo agli alleati di “contribuire di più”, non avevano mai ipotizzato un disimpegno così marcato. La generazione di politici americani che aveva vissuto la Guerra Fredda e la minaccia sovietica è ormai scomparsa o fuori dai ruoli decisionali, e Trump appare determinato a trattare con Putin e Xi Jinping da pari a pari, relegando l’Europa a partner secondario, chiamato tuttavia a una maggiore assunzione di responsabilità.

“Se l’Europa non si sveglia ora”, ha insistito Kallas, “rischia di restare passiva di fronte a decisioni che la riguardano da vicino, dall’Ucraina alla sua stessa sopravvivenza come potenza globale.” Eppure, le difficoltà abbondano: dai continui tagli alle forze armate registrati negli ultimi anni (in Germania, nel 2023, 1.537 soldati hanno lasciato il servizio; nel Regno Unito si è avuta una perdita di 1.100 unità), all’assenza di un coordinamento strutturato per una difesa comune.

Il nuovo scenario, con Trump che definisce di fatto la guerra in Ucraina “non un conflitto americano” e prospetta “una pace a qualsiasi costo” concertata direttamente con Putin, potrebbe spingere alcuni Paesi europei a un cambio di paradigma. Ma ciò esigerebbe volontà politica, risorse finanziarie e soprattutto una maggiore coesione interna all’UE.

L’Europa saprà raccogliere la sfida?
La vera posta in gioco è il ruolo che l’Unione Europea vorrà ritagliarsi nello scacchiere internazionale: un continente ancora protetto dall’ombrello americano o un blocco politico-militare autonomo, in grado di assumere iniziative coraggiose. Ignorare l’appello di Kaja Kallas significherebbe ammettere che, dopo 80 anni di pace garantita in larga parte dalla supremazia militare statunitense, l’UE non è ancora pronta a prendere in mano le redini della propria sicurezza.

Invece, accettare la sfida potrebbe aprire la strada a una vera unione di intenti e di forze, un salto di qualità nella costruzione di una difesa europea comune, finalmente capace di agire – e non solo di finanziare – in uno dei conflitti più rilevanti del nostro tempo. Per citare Winston Churchill, rievocato proprio in questi giorni da più parti, “È il momento di scegliere, non più di esitare.”