Turchia vs Turchia, ovvero Ataturk vs Erdogan

Nel silenzio delle cancellerie occidentali, la Turchia è in fibrillazione, e la tenuta democratica del paese è appesa a un filo.
L’arresto di Ekrem Imamoglu e le proteste di piazza della Gen Z
Ormai da più di due settimane le piazze delle più popolose città turche sono animate da proteste ininterrotte contro la condotta anti-democratica del governo di Recep Tayyip Erdogan.
Ad originare la più consistente sommossa popolare degli ormai 22 anni di potere del leader dell’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) è stata la condanna a pena detentiva con interdizione dai pubblici uffici di Ekrem Imamoglu, sindaco di Istanbul e leader in pectore dell’opposizione turca, alla guida del Partito Repubblicano del Popolo (CHP), accusato di corruzione e favoreggiamento al terrorismo, capi di imputazione ritenuti dall’opposizione pretestuosi.
Al fermo del primo cittadino della città più popolosa della Turchia (15.701.602 di abitanti al 2024), sono seguite imponenti manifestazioni in dissenso con la linea governativa, guidate e alimentate dalla Gen Z turca. La gioventù anatolica si è riversata nelle piazze e nelle strade per opporsi con forza alla sempre più evidente deriva autoritaria intrapresa dal governo Erdogan, con l’obiettivo di invertire il percorso di regressione democratica in cui è precipitata la Repubblica di Turchia.
I giovanissimi che scendono oggi in piazza non hanno mai vissuto la Turchia senza Erdogan, non hanno memoria degli anni d’oro dello sviluppo economico del loro paese (2005-2012) che è garanzia di credito ancora molto forte per l’AKP nell’elettorato over-40, e vedono nell’attuale classe dirigente i responsabili della difficile congiuntura economica che sta vivendo la nazione anatolica. I giovani manifestanti, provenienti in maggioranza dalle Università, hanno connotazioni politiche molto trasversali, che vanno dalle minoranze curde e armene fino alle frange nazionaliste kemaliste, ma marciano all’unisono con la speranza di salvare il proprio futuro.
Le crescenti difficoltà economiche
Dopo anni di iperinflazione, con picchi del 120% annuo a fine anni ‘90, nel 2005 l’allora neo-eletto Primo Ministro Erdogan e il Ministro delle Finanze Simsek attuarono un piano economico vincente, introducendo una nuova valuta nazionale, la Yeni Türk lirası, che tagliò sei zeri dalla precedente moneta ed ebbe il merito di stabilizzare l’economia, facendo nascere la liaison d’amour tra il leader dell’AKP e il popolo turco.
Oggi, però, la lira turca ha perso gran parte del suo valore e l’economia è in recessione. L’inflazione ufficiale è al 44,4%, ma stime indipendenti la collocano all’83,4% (Inflation Research Group). Erdogan, dopo anni di politiche populiste e ultraliberiste, perseguite mantenendo testardamente i tassi di interesse molto bassi, nel 2023 ha imposto una tardiva stretta monetaria, senza riuscire a frenare la diminuzione del potere di acquisto e il malcontento popolare. Nel frattempo, grazie a uno straordinario effetto del tasso di cambio, il numero di milionari turchi è aumentato a dismisura, contemporaneamente alla crescita esponenziale della povertà assoluta e le dilaganti difficoltà del ceto medio, che ha visto azzerarsi negli anni le potenzialità di risparmio.
La volontà di potenza e l’acume geopolitico di Erdogan
Nel contesto di una situazione interna non ideale, Erdogan ha saputo comunque ritagliarsi un ruolo da protagonista nello scacchiere politico internazionale. Nessuno meglio di lui ha incarnato lo spirito imperialista neo-ottomano che brucia nei cuori della popolazione turca. Il Sultano, come molti compatrioti lo chiamano, è stato abile a districarsi tra le contingenze geopolitiche dell’ultimo ventennio, dando al suo paese una dimensione di potenza politica e militare predominante nella regione mediorientale e mediterranea.
Massimo interprete contemporaneo del realismo politico e fautore di una condotta allo stesso tempo multilaterale e indipendente, Erdogan è un abile manovratore diplomatico, capace di influenzare e di rendersi protagonista in tutte le congiunture strategiche tangenti la nuova area di influenza turca, che si sviluppa dai territori del D-8 islamico fino alla Libia, con la nuova mega zona economica speciale nel Mediterraneo e, più recentemente, alla Siria.
La forza militare dell’esercito di Ankara, che conta più di 400.000 effettivi, ha assunto un peso dominante nella regione, anche grazie all’abilità strategica del suo leader a determinare gli equilibri dei vari tavoli diplomatici, per via della contemporanea adesione alla NATO, membership nei BRICS, leadership nel mondo musulmano e, non dimentichiamolo, status di paese candidato all’ingresso nell’UE.
Di queste contingenze geopolitiche abbiamo parlato in un precedente articolo: Perché Erdogan è il vincitore geopolitico del 2024, e perché temerlo.
Verso le Presidenziali, l’accordo con il PKK e la revisione costituzionale
Le recenti mosse del sultano Erdogan, con l’arresto del suo più autorevole oppositore e la repressione avviata nelle piazze e nell’opinione pubblica, vanno lette in relazione all’avvicinamento della scadenza del mandato presidenziale nel 2028.
Tre anni sembrano una distanza siderale, ma l’attuale attivismo del Presidente è motivato, oltre che dal crescente malcontento e strutturazione dell’opposizione, dalla necessità di rivedere nuovamente la Costituzione al fine di ottenere un nuovo mandato. In ossequio alla riforma Presidenziale, voluta da Erdogan stesso successivamente al fallito colpo di Stato paramilitare nel 2016, vige il limite di due mandati per il Presidente, che è dotato di poteri molto espansivi.
Ebbene, dopo l’elezione nel 2018 e nel 2023, tra tre anni Erdogan non sarebbe più ri-candidabile. Poco propenso al ritiro a vita contemplativa, il settantunenne presidente è in procinto di varare una nuova modifica costituzionale volta ad allungare il suo mandato. Anche in questa luce va letta la recente dichiarazione del leader del PKK Öcalan, che tenta di normalizzare i rapporti tra la minoranza curda e il governo di Ankara. Questa mossa potrebbe garantire l’appoggio parlamentare alla revisione costituzionale da parte del partito curdo moderato oggi noto come DEM Party (ex HDP), fondamentale per l’ottenimento della maggioranza necessaria dei 2/3 della Grande Assemblea Nazionale.
Quale futuro, democrazia kemaliana o autocrazia musulmana?
L’elasticità di Erdogan nei confronti delle opposizioni si è fatta sempre più esigua e, complice lo scenario internazionale in cui sono venuti meno i discrimini diplomatici per i trasgressori dello Stato di Diritto, il suo governo ha intensificato le repressioni di stampo politico e religioso. Solo nell’ultimo mese sono stati arrestati, oltre a Imamoglu, 1879 oppositori politici e 12 giornalisti, di cui solo tre sono stati liberati.
La lettura dell’attuale realtà ce la danno proprio delle parole dello stesso Erdogan, datate 1994: “La democrazia è come un tram, quando arriva alla fermata si scende”.
Forse il Sultano ha deciso di abbandonare definitivamente il tram, ma a bordo ci sono ancora milioni di giovani turchi, decisi a lottare fino in fondo per preservare la democrazia.